I diritti del lettore
posted by giuliaS83 @ 12:24 - lunedì, 02 novembre 2009

La Società Pannunzio per la libertà di informazione sta facendo circolare una bozza di "Statuto per i diritti dei lettori" che verrà presentata in un convegno a Roma il 10 novembre. Si tratta di una "dichiarazione di intenti" articolata in cinque punti, che potete leggere QUI.

Il manifesto è breve ma esaustivo. Il discorso della Società Pannunzio riguarda una dimensione sociale e politica della lettura, per "lettore" si considera più che altro il cittadino fruitore di informazioni.
Alcuni punti dello statuto però possono essere applicati anche al lettore di romanzi... e soprattutto al lettore di recensioni di romanzi. 


Editori a tempo determinato
posted by giuliaS83 @ 12:03 - martedì, 27 ottobre 2009
"Lo sfruttamento del precariato: una piaga del mondo editoriale": questo il titolo di un breve articolo apparso sul portale Booksblog a proposito di una politica editoriale ormai tristemente diffusa:  sfruttare la "manodopera" sottopagata per i compiti più disparati.
Non parliamo solo di amministrazione, commissioni o di tutte quelle mansioni a "bassa responsabilità" solitamente affidate a uno stagista, ma anche di lavoro sul testo, correzione di bozze, addirittura di editing e traduzioni.

Purtroppo, a Booksblog hanno proprio ragione: il modo di lavorare di molte case editrici è una vera e propria piaga che pesa tutta sulla qualità dei testi pubblicati e quindi sulle spalle del povero lettore.



Nuovi scrittori, nuovi lettori
posted by giuliaS83 @ 09:04 - martedì, 20 ottobre 2009
Vi segnalo un pezzo apparso sul blog dell'Internazionale, dal titolo "Nuovi scrittori, nuovi lettori".

Nel video, lo scrittore Andrew Sullivan parla dello scrivere su un blog, dove la chiave è "scrivere senza pensare che si stia scrivendo", con un nuovo tipo di approccio a metà tra scivere e parlare che Sullivan definisce "un-selfconscious". La scrittura del blog è "very rough", non rifinita, e "seemes to be unfinished".
Il blog  nello scrittore porta anche altri tipi di cambiamento: non ci sono la lentezza, la profondità, la calma necessarie a formarsi un'opinione articolata, che sono alcuni attributi importanti della lettura su carta.

Di questa opinone anche alcune voci citate nel breve post che segue il video: secondo alcuni studiosi, la lettura su schermo è un'operazione più difficile e l'attenzione cala naturalmente.

Strano che l'articolo non abbia citato Marshall McLuchan, che più di vent'anni fa aveva già dato una sua risposta a questo tipo di problematiche parlando di media.
Ogni nuova macchina, dunque anche le macchine cognitive come i media tra le quali McLuhan annovera anche il manufatto libro, "estende" un'abilità dell'uomo, e in questo modo vi si sostituisce progressivamente. Il tanto citato discorso di Platone contro la scrittura è uno degli esempi di questa "sostItuzione" dell'appendice macchina all'abilità umana: la scrittura estende esponenzialmente la capacità umana di conservare la propria memoria culturale, ma allo stesso tempo non rende più necessario l'uso della memoria individuale come nelle culture orali. (McLuhan applica questo concetto anche alla neonata rete, attribuendole gli stessi attributi di una rete nervosa. I risultati della sua teoria sono affascinanti. )

Tornando al discorso principale: "come cambiano la scrittura e la lettura se vengono fatte su uno schermo o tramite blog", cito di nuovo McLuhan e la sua teoria della rimediazione: ogni nuovo medium porta a un "riposizionamento" degli altri in termini di uso che se ne fa. Emblematico è il caso della televisione, che non ha portato alla scomparsa della radio, ma ha sostituito la sua nicchia di uso e ne ha determinato una diversa fruizione per scopi differenti.
Il blogging non soppianterà mai la scrittura tradizionale (e il libro di carta non sparirà mai in favore di uno schermo), ma forse avverrà una ridefinizione di entrambi, a seconda degli usi che gli utenti sceglieranno di fare più diffusamente.


Gli X-Files di Dante Alighieri
posted by elenaS83 @ 11:33 - giovedì, 10 settembre 2009
Quando Dante ritrasse il Purgatorio nella Divina Commedia, lo descrisse come una montagna che si erge nel mezzo dei mari australi, a quel tempo creduti privi di terre emerse. Dante e Virgilio, lasciato l'Inferno, raggiungono la spiaggia alle pendici della montagna, dove tornano "a riveder le stelle". E che stelle! Nel primo Canto, Dante ne dà questa descrizione:

I' mi volsi a man destra, e puosi mente
a l'altro polo, e vidi quattro stelle
non viste mai fuor ch'a la prima gente.
Goder pareva 'l ciel di lor fiammelle:
oh settentrional vedovo sito,
poi che privato se' di mirar quelle!


Questi versi sono stati oggetto di studi, ricerche e indagini. Sembra sorprendentemente palese, infatti, che le "quattro stelle" visibili solo "a l'altro polo", di cui il cielo settentrionale è "vedovo", altro non possono essere che la Croce del Sud, costellazione che splende appunto nei cieli australi e che è invisibile nel nostro emisfero. Dalle indagini è emerso, però, che Dante non poteva conoscerla. In un interessante articolo di Francesco Lamendola, intitolato appunto "Come faceva Dante a conoscere la costellazione della Croce del Sud?" e apparso sul sito del Centro Studi LaRuna, si ripercorre la storia degli studi su questo caso e si pone subito l'attenzione su un fatto: per quanto riguarda la cartografia, sarebbero passati quasi tre secoli prima che la Croce apparisse nelle rappresentazioni.

Vi invito a leggere il sopra linkato articolo, in quanto esaustivo, conciso e interessante: citando numerosi altri autori che hanno affrontato l'argomento, Lamendola offre una panoramica avvincente su quello che sembra un vero e proprio X-File letterario.

Altro articolo interessante a riguardo è apparso sul portale Dal Tramonto all'Alba, e affronta il problema integrandolo con ulteriori e più ampie riflessioni sulle conoscenze astronomiche di Dante.

Mistero sì, mistero no? Dante poteva essere venuto a conoscenza della Croce attraverso racconti o studi di cui non ci è giunta testimonianza, o ha inventato le quattro stelle di cui parla, avvicinandosi involontariamente alla realtà astronomica del cielo australe? Che si tratti di una coincidenza, vista la precisione della sua descrizione, sembra difficile: la Croce non è certo luminosa come la descrive, ma sembra impossibile non vedere proprio lei nell'accorato lamento rivolto al nostro cielo, che purtroppo "
privato se' di mirar quelle".

Eccoci qui...
posted by giuliaS83 @ 15:28 - martedì, 01 settembre 2009
Bentornati e ben ritrovati a tutti! Dopo un mese esatto di vacanze, eccoci di nuovo qui, pronte a ripartire con le nostre attività.

Oggi vorrei riproporvi il "Piccolo vademecum" che abbiamo pubblicato a luglio in tre parti, in cui ci siamo occupate di individuare alcune strategie delle case editrici a pagamento, e di dare agli scrittori più inesperti alcuni strumenti di valutazione utili quando ci si addentra nel maremagnum dei siti web/vetrine delle case editrici.

Come riconoscere gli editori  "virtuosi" dai "furbetti"? Ci si può fare un'idea di massima prima di passare alla fase dei contatti e delle spedizioni manoscritti, per evitare proposte a pagamento indesiderate? Come evitare la doccia fredda del contratto a pagamento in coda a complimenti che parevano disinteressati?

Leggendo il nostro breve articolo, forse avrete qualche idea in più su come orientarvi.

Abbiamo accorpato le tre parti e realizzato un documento unico in PDF, che può essere scaricato liberamente, stampato, diffuso, citato e così via...  insomma, è a disposizione di chiunque voglia servirsene, secondo i modi della licenza CreativeCommons di cui ci serviamo da sempre.

Potete scaricarlo dal nostro sito, nella sezione Articoli, oppure cliccando QUI. Ogni commento, suggerimento e critica è ovviamente ben accetto!

Chiudo questo primo post settembrino con un ringraziamento a voi, navigatori e lettori del nostro piccolo blog, che anche nel bollente mese di agosto siete passati a visitare queste pagine per un totale di più di 800 accessi unici. Grazie a tutti
!

Vita breve e infelice di uno scrittore di fantascienza - Parte II
posted by elenaS83 @ 11:05 - giovedì, 11 giugno 2009
Avevamo già parlato tempo fa della - apparentemente - triste fine che sta facendo la sci-fi italiana, almeno a giudicare dalla scomparsa della stragrande maggioranza di concorsi letterari dedicati al genere. Avevamo chiuso con una serie di punti interrogativi ai quali sarà arduo dare risposta.

Il genere non è morto, ma resta sempre più confinato nella nicchia. Da un certo punto di vista, la nicchia è "salutare" rispetto al mainstream perché, se il pubblico generalista è mobile e va dove lo porta l'interesse collettivo del momento, il fandom è assai più preparato, fedele e smaliziato. Trattandosi comunque di un genere dall'importanza e dalla forza non indifferenti, che ha assunto un ruolo fondamentale nella letteratura del '900, è vero anche che trascurare le implicazioni di questo posizionamento "periferico" sarebbe un delitto.

La fantascienza italiana ha sempre sofferto, nella sua storia, dell'influsso di quella statunitense, soprattutto per quanto concerneva i gusti del pubblico quando il genere fu sdoganato. Mentre spopolava - quasi sempre a buon merito, eh - la celebre collana Urania, molti scrittori italiani dovettero adottare uno pseudonimo anglosassone per poter accedere al mercato: una specie di Ellis Island della letteratura, solo che stavolta si trovava a casa nostra. Il caso più triste fu quello di Roberta Rambelli, costretta non solo a cambiare il cognome in "Rambell", ma anche il nome nel maschile "Robert".



(La leggendaria copertina bianca e rossa della collana Urania)

Ripercorre la storia della sci-fi italiana Domenico Gallo, in un articolo ("Fantascienza italiana: la terra dei cactus") apparso sulla rivista Intercom, seguito nella stessa pagina da un secondo articolo di Carlo Pagetti (che gli appassionati di Philip K. Dick ricorderanno autore delle prefazioni nella collana di Fanucci, alcune delle quali discutibili, a partire dal fatto che rivelano il finale senza dare al lettore neanche il tempo di arrivare all'incipit...)

 Dell'articolo di Gallo è interessante il modo in cui l'accento viene posto sulle radici della diffidenza italiana per la sci-fi, a sua volta conseguenza della diffidenza verso la tecnologia, dopo che questa era giunta a stravolgere i valori della vita rurale. Aggiungerei, inoltre, dopo che la tecnologia aveva mostrato il suo "volto atroce" nel corso del secondo conflitto mondiale (passaggio, questo, che invece manca nell'immaginario collettivo americano). L'Europa del secondo dopoguerra è stata comprensibilimente meno entusiasta verso le meraviglie del progresso, sia per motivi culturali (un maggiore attaccamento a tradizioni lontane nel tempo che i giovani Stati Uniti ancora non avevano maturato), sia per motivi psicologici, avendo vissuto sulla propria pelle il trauma delle "macchine della morte". C'è da dire che altrove, come in Giappone, questo trauma - ben più atroce, nel loro caso - è stato al contrario interiorizzato dalla sci-fi, non solo letteraria, al punto da diventarne il marchio distintivo.

Andando a ritroso nel tempo, un'analisi dei gusti letterari del pubblico italiano smaschera una tendenza ad amare l'esotico, l'altro, lo sconosciuto e misterioso, più che la proiezione estremizzata del proprio mondo e della propria società (compito che invece si è bene o male sempre assunta la fantascienza). Abbiamo avuto anche noi i nostri "romanzi scientifici" e "protofantascientifici", in particolare grazie alla penna di Salgari, forse il primo scrittore italiano ad aver "viaggiato nel tempo" per ritrarre una futura società italiana nella quale, a meravigliose macchine volanti, si accompagnavano vita frenetica e problemi ambientali.



"Le meraviglie del 2000" di Salgari, romanzo protofantascientifico

Tuttavia, l'"anima nera" del presente, che la sci-fi metteva a nudo, non ha mai incontrato troppo i gusti del lettore generalista italiano. Il fatto che le opere (anche televisive e cinematografiche) di fantascienza che hanno preso piede nel nostro paese avessero tutte una forte componente avventurosa, come l'esplorazione degli "strani nuovi mondi" dell'immortale "Star Trek", potrebbe essere indicativo in questo senso. Diamo uno sguardo al futuro, insomma, purché non sia il nostro futuro. La fantascienza può trasportarci altrove e farci sognare, ma anche - soprattutto - aprire gli occhi: in Italia, questo aspetto forse non è mai stato colto del tutto.

Vorrei concludere con due segnalazioni: la prima è un'intervista, datata ma attualissima, all'immenso Vittorio Curtoni (sempre su Intercom).

La seconda è più una commemorazione che, avendo citato "Star Trek", mi sembra doverosa: oggi è il decimo anniversario dalla morte di DeForest Kelley (20 gennaio 1920 - 11 giugno 1999), l'attore che diede il volto all'indimenticabile dottor McCoy, controparte burbera e sarcastica del trio di protagonisti, insieme al capitano Kirk e al signor Spock (sì, esatto, "quello con le orecchie a punta"). Kelley soffrì molto per essere rimasto incatenato al personaggio di McCoy: ma, considerando che Star Trek, anche se vintage, resta tuttora un incrollabile mostro sacro, direi che ne è valsa la pena.

Vi lascio con un gustosissimo video sulla sua celebre battuta, "E' morto, Jim!", ancora oggi un tormentone in tutto il mondo (insieme a "Sono un dottore, non un... [mestieri più bizzarri]). Posto il video in inglese, sia perché rende meglio la bravura dell'attore, sia perché in Italia fu doppiato da tre diverse voci e si sentirebbe lo "scarto").


Il ritorno del maestro di danza - H. Mankell
posted by giuliaS83 @ 18:17 - venerdì, 08 maggio 2009
Sul portale Thrillercafe.it è uscita una mia recensione del giallo "Il ritorno del maestro di danza", di Henning Mankell. Il romanzo è uno dei più recenti della produzione dello svedese, e non fa parte della saga di Wallander. Mette in campo un altro detective, lo "spumeggiante" (si fa per dire) Stefan Lindman, già apparso di sfuggita in un romanzo precedente.

La mia recensione è negativa: anche se Mankell scrive davvero bene, ha uno stile accattivante e le atmosfere nordiche giocano a suo favore, la componente "gialla" legata al genere fa acqua. Mi chiedo come sia stato possibile che il Times abbia definito Mankell uno dei migliori cinquanta scrittori di gialli e thriller. Come scrittore è sicuramente molto bravo, come giallista... dopo la lettura di questo romanzo ho seri dubbi.

Più riguardo a Il ritorno del maestro di danza
Mankell e i commenti degli Anobiiani

Dalle pagine di Satisfiction, Gian Paolo Serino tuona contro la totale mancanza di attendibilità della critica letteraria quando si parla di gialli nordici (in particolare di Larsson):  la critica "dovrebbe difenderci da simili trabocchetti e che, invece, se ne sta immobile, silente, paralizzata". In effetti, a leggere l'articolo uscito da poco sul Corriere (relativo al film, però), un po' di vergogna per la categoria si prova. Sembra scritto da una carampana quattordicenne!


"Noi larssoniani siamo sulle spine"! OMG! Lisbeth 6trpp gnokka! TVB un kasino!

Il grande successo di Mankell, però, mi incuriosisce molto. Può darsi che, al di là dei canoni del genere sui quali sono effettivamente un po' rigida, questo scrittore abbia un segreto, un quid che mi è sfuggito. 
E non bisogna fare il solito errore di snobbare il best seller in sé, almeno non prima di averlo letto! Ma cosa avranno questo Mankell, questo Larsson, di tanto diverso? Cos'hanno di speciale?
Voi che dite? Li avete letti? ...Qualche idea?

Sherlockiana, addio
posted by giuliaS83 @ 15:55 - mercoledì, 08 aprile 2009
Il 31 marzo ha chiuso la Sherlockiana di Milano, libreria storica della città che ha aperto a metà degli anni Ottanta ed è stata un riferimento per gli amanti del genere. Se ne è parlato molto, la libreria ha avuto tempi difficili prima di oggi ed è stata salvata dall'aiuto di scrittori e lettori affezionati. Tuttavia il sostegno generoso non serve se non ad arginare i danni, e Tecla Dozio, la proprietaria della libreria, non può lottare oltre.



Le piccole librerie sono schiacciate da un mare di elementi: la concorrenza dei multicenter enormi; le condizioni dei distributori e degli editori che per un libraio indipendente possono essere proibitive (nonostante continuo a ripetere che tra conto vendita, rese, sconti e tredicesime copie, come sono trattati i librai qui in Italia...); il mercato composto da un 10% di forti lettori acquirenti che non riesce a sostenere tutti, a fronte di un 90% che non legge o non compra - come me, che di libri ne leggo cinque-sei al mese ma li prendo in biblioteca o nei mercatini.
Per ultimo, un fattore che qui mi sembra determinante: il totale disinteresse delle amministrazioni e delle istituzioni pubbliche nei confronti delle piccole realtà di valore.

Leggiamo qualche stralcio della lettera di Tecla Dozio in cui commenta la sua chiusura:

La decisione di chiudere la libreria non è stata facile e ci ho perso il sonno per qualche mese.
I motivi sono molti. Non è solo la solita e cronica mancanza di denaro, ma la consapevolezza di non avere possibilità reali.


Quando un'attività non incassa abbastanza, ogni intervento è di tamponamento e le grosse crisi diventano cicliche. Infatti questo è stato.

Non finirò mai di ringraziare le centinaia di persone che mi hanno aiutata in questi anni, ma non si può, credetemi, vivere in uno stato di continua emergenza.

Il Comune di Milano (...) non ha rispettato nessuna delle sue promesse.

Questo ultimo punto è approfondito, insieme alle difficoltà attraversate con la burocrazia, le promesse, i contratti fasulli e le strutture fatiscenti, in quest'altro intervento della Dozio. Leggetelo, ne vale la pena se non altro per capire che quelle che sentiamo dai tromboni istituzionali sono parole di circostanza, le loro promesse non sono che veline, ma poi ai fatti c'è 
"un atteggiamento da parte di chi gestisce il patrimonio pubblico che non fa differenze tra struttura e struttura e pretende una risposta aziendale anche quando si parla di Cultura".

Forse, la ragione più importante per cui la libreria ha chiuso dopo tanti anni di sforzi della sua timoniera risiede proprio nella sofferta decisione di quest'ultima:

Sono stanca, dedico alla libreria molte ore al giorno e sono sola.
Dirigo una collana di gialli e mi sento in colpa verso gli autori. (...) Questo mi crea ansia e avrei dovuto scegliere di abbandonare la Todaro editore.
Me ne voglio andare da Milano.
Desidero ritmi lenti e la natura intorno a me e tempo per leggere non solo quello che devo, ma anche quello che amo.
Questa libreria occupa tutto il mio tempo e trascuro gli amici.


Insomma, una persona che ha scelto un mestiere che le piaceva e che ha coniugato al commercio un'attività culturale si ritrova in una via crucis che le allontana ogni altra cosa, ogni piacere, ogni tranquillità. Come non rispettare la sua scelta di tirare il fiato?

Lampi di genio
posted by giuliaS83 @ 09:37 - mercoledì, 25 marzo 2009

Ieri ho avuto un lampo di genio. Mi sono imbattuta in un articolo, sul Corriere, sugli "scrittori fai da te", e ho ringraziato il cielo di essere in un paese che vanta penne informate, penne d'assalto, penne impazienti di fornire alla collettività un servizio di utilità pubblica. Poi mi sono svegliata e mi sono accorta che le suddette penne sono fuggite coi loro cervelli, a noi restano le pene.

Dopo la nascita di Kindle2, prodotto da Amazon, sappiamo che una macchinetta di tre etti può contenere le notizie, i dati o le storie di circa 1500 libri.

Una "macchinetta di tre etti"? "Le notizie, i dati o le storie"? Davvero non si può fare di meglio?

È capace di nuove funzionalità, ha un disegno grazioso — il primo Kindle era più brutto dell'anatroccolo delle fiabe — nonché un rinnovato sistema di navigazione, sedici tonalità di grigio e alta risoluzione.

La penna penosa ha dimenticato la cosa più importante: i tasti ce l'hanno la musichetta? Chi se ne frega della memoria, dei formati, dello schermo con luminosità opaca simile alla carta, ci si può scaricare lo snake? Questo è quello che interessa all'uomo della strada!

E siamo solo al primo paragrafo. A seguire, una panoramica sulla situazione del self-publishing italiano, statistiche alla mano e un interlocutore illustre, il prof. Giuliano Vigini, al quale il giornalista dà la parola solo per fargli dire che la stampa digitale è in aumento, che costa meno e che gli editori ricevono un sacco di manoscritti.

Dopo di che, abbiamo il ritratto del protagonista assoluto del "caso self-publishing".
Lulu? No, troppo moderno, è per smanettoni e l'uomo della strada non ci arriva.
Ilmiolibro.it? Piano, quella è dei concorrenti, meglio sorvolare.
Ci sono: Lampi di Stampa!

Lampi di Stampa è una casa nata per conservare in catalogo una certa opera e anche per microtirature. (...) Lampi di Stampa, per dirla in breve, alterna un'editoria tradizionale al servizio di microtiratura e al fai-da-te; è una specie di ponte tra l'editoria del passato e quella che potrebbe nascere.

... Ecco, ma dove vive 'sta gente (e chi gli ha insegnato a scrivere!)?
L'editoria che "potrebbe nascere" esiste da un bel po' e funziona anche bene, ad esempio per il caso dei libri rari o delle pubblicazioni universitarie - la nostra penna scrivana ne parla en passant, ma è molto importante, è il futuro della cultura. Ma sentiamo Lampi di stampa:

Noi, per taluni aspetti, siamo ancora degli editori perché offriamo a chi lo desidera un servizio di editing e respingiamo opere oscene o plagi.

Quel "per taluni aspetti" potrebbe far tremare le vene dei polsi a chiunque abbia avuto a che fare con l'editoria a pagamento. Non è il caso della penna giuliva, che non si preoccupa di andare oltre le dichiarazioni del direttore editoriale.

(...) le Messaggerie, la grande catena che distribuisce tra l'altro Garzanti, Longanesi, Vallardi e la stessa Lampi di Stampa

No, caro giovane, non è esattamente così. Basta andare sul sito di Lampi di Stampa per accorgersi che Messaggerie non è semplicemente il distributore, ma l'azienda "madre" di cui la casa editrice è una costola.

Quindi abbiamo qualcosa di simile a Ilmiolibro.it, un colosso editoriale/distributivo che apre (o acquisisce nel suo gruppo) un print on demand per intercettare il target degli scrittori, oltre a quello già coperto dei lettori. 
Questo sarebbe un discorso interessante da affrontare: il print on demand degli autori esordienti è un mercato destinato a cambiare il panorama editoriale? Oppure è solo un momentaneo "tacchino grasso" su cui cercano di buttarsi tutti prima che si esaurisca, una specie di bolla? Le Messaggerie posseggono mari e monti: edicole, catene di librerie, case editrici, marchi a volontà, questa pubblicità a Lampi di Stampa (perché a me sembra proprio una pubblicità, altrimenti almeno un altro nome avrebbero dovuto farlo!) significa qualcosa?

Non lo sapremo mai, ma forse possiamo immaginarlo. Ce ne sono tanti, di articoli superficiali e approssimativi come questo, che traboccano di sense of wonder per la rete ma che ancora non la sanno usare. Che parlano solo di alcune cose e sembrano ignorarne altre. Che non approfondiscono. Che la buttano lì.

Occhi aperti, ragazzi, il print on demand è un mercato caldo. Lo dimostra anche questo.


Nessuno tocchi Hugh Hefner
posted by elenaS83 @ 19:37 - sabato, 21 febbraio 2009
La serata di ieri (venerdì 20 febbraio) del Festival di Sanremo ha visto la presenza di un ospite molto particolare: Hugh M. Hefner, fondatore della rivista Playboy e del relativo impero che le si è successivamente sviluppato attorno. Hefner si è presentato accompagnato dalle attuali fidanzate, le gemelle Karissa e Kristina Shannon e la playmate Crystal Harris.



(Hugh Hefner ieri e oggi: a 82 anni suonati, ancora lavora a pieno ritmo e ha l'ultima parola su ogni edizione di Playboy della sua area geografica)


Immaginavo che l'evento avrebbe sollevato qualche sterile polemica: del resto, tra i soldi, il successo, l'intelligenza e la vita dorata di Hugh Hefner, e la grande bellezza delle sue accompagnatrici, era prevedibile che gli invidiosi non si sarebbero contati.

Che la protesta potesse però assumere i contorni di una crociata pseudo-femminista - molto più pseudo che femminista - era un'ipotesi che speravo restasse tale.

Cito dall'articolo sul tema apparso su genova.cronacacity.com, che riporta le ragioni addotte dalle contestatrici:

"[...]l’imminente partecipazione al Festival di Sanremo di Hugh Hefner e delle sue ‘conigliette’, simbolo della figura più mortificante della donna, l’esatto opposto di quella donna (madre, moglie e lavoratrice tra infiniti sacrifici) per cui tanto ci siamo battute in questi anni[...]"

Ecco, innanzitutto voglio dire che come donna IO mi sento offesa dalle idiozie del Comitato Anti-Hefner. L'immagine della donna "moglie, madre, lavoro e sacrifici" speravo fosse rimasta confinata alla propaganda fascista, o tutt'al più all'immaginario collettivo degli anni '50, quando sfornare torte e figli a testa china era l'unica vita alla quale potevamo aspirare. Ma al di là di questo, in nome di COSA una persona dovrebbe sentirsi mortificata o offesa dalla presenza di altre donne che hanno scelto vita e costumi diversi dai loro? Il semplice fatto di non ricalcare il modello proposto dalle signore anti-Hefner dovrebbe squalificare una donna da ogni pubblica apparizione, rendendola per definizione e a priori lesiva della dignità femminile? Sarebbe questa la libertà per cui si battono?



(Gino Boccasile, 1940)


La risposta più ovvia, e quella che meno mi va di approfondire perché potrebbe apparire come argomentazione per nefas, è che queste signore si sentono offese dal fatto che le playmate sono belle, sono giovani, sono libere e non sono schiave dell'altrui opinione, cosa che in un paese evidentemente bigotto come l'Italia sembra un traguardo ancora lontano da raggiungere.

Quello che più mi scandalizza è che la sola idea che possa essere mostrato un modello alternativo di donna, al di fuori dello schema figli-famiglia, al di fuori dei canonici costumi sessuali, venga automaticamente recepito come bestemmia.

Ed ecco che le successive parole delle contestatrici appaiono ancor più contraddittorie:

"[...]per la difesa di una parità di opportunità che credevamo acquisita e che, invece, vediamo
ancora una volta rimessa in discussione[...]
"

Quindi la "pari opportunità" quale sarebbe? O troia o sposa, come cantava Ligabue? Ecco qui: siamo tornati indietro di 50 anni, la donna può scegliere solo tra il ruolo che le viene socialmente riconosciuto, o quello di outsider.




E mi fermo qui per quanto riguarda l'immagine femminile. Molto di più c'è da dire, infatti, sul ruolo di "vecchio pappone imbottito di Viagra" che è stato invece assegnato a Hugh Hefner, fondatore di una rivista il cui reale valore sembra sconosciuto alla vox populi.

In un'America ignorante, razzista, oscurantista e bigotta, Hugh Hefner fondò una rivista che non solo ha rappresentato un caposaldo della rivoluzione sessuale, ma ha messo in pratica ideali di libertà di opinione con un coraggio da applauso.

Playboy ha pubblicato scrittori oggi osannati, ma a quel tempo ignorati e censurati; ha pubblicato interviste di una scomodità estrema (Fidel Castro e Yasser Arafat dicono nulla?); ha pubblicato opinioni fuori dal coro su temi controversi (la discriminazione razziale, la discriminazione sessuale, la guerra in Vietnam, la guerra in Iraq, per citarne alcuni) che le testate ufficiali a malapena sogna(va)no.

Hefner ha portato in tv e in copertina persone di colore quando il razzismo imperante non lo aveva mai reso possibile, ha dato alle donne che lavoravano nella sua azienda una dignità contrattuale a quel tempo inesistente altrove, ha dato della donna stessa un'immagine finalmente diversa da quella di replicatore biologico ed elettrodomestico semovente, e tutto questo oggi dovrebbe perdersi nelle insensate proteste di persone ignoranti che non hanno la più vaga idea di quello contro cui vogliono battersi?

Care signore contestatrici, dite di sentirvi offese come donne e contribuenti da quello che Hugh Hefner e Playboy rappresentano, ma almeno sapete COSA rappresentano? No.

Hugh Hefner e Playboy rappresentano una voce alternativa negli ultimi 55 anni di storia americana, una voce libera e fuori dal coro, una voce che ha saputo sfruttare la nascente galassia dei media per manifestare se stessa, e lo ha fatto in forma di CONTROCULTURA come espressione di dissenso.

Prima di scendere in piazza e manifestare, quindi, INFORMATEVI: potreste leggere qualcuna delle splendide antologie di interviste e racconti pubblicati da Playboy negli anni, e finalmente edite anche in Italia da Mondadori. Un breve assaggio di un paio di nomi conosciuti che potreste trovare, così, giusto per amor di cronaca, visto che fino a prova contraria i fatti valgono più delle chiacchiere:

Jimmy Carter
Miles Davis
Jean-Paul Sartre
Bertrand Russell
Philip K. Dick
Harlan Ellison
Kurt Vonnegut
Arthur C. Clarke
Ursula K. Le Guin
Gabriel Garcia Marquez
Vladimir Nabokov
Fidel Castro
Yasser Arafat
Malcolm X
Allen Ginsberg
Martin Luther King jr
Salvador Dalì
Ray Bradbury
J.G. Ballard
Frank Zappa
Doris Lessing
Harlan Ellison
Robert Silverberg
John Lennon
Paul McCartney
Ingmar Bergman
Marshall McLuhan




(Still dal programma televisivo Playboy After Dark, dove per la prima volta furono portate persone di colore in tv)