I' mi volsi a man destra, e puosi mente
a l'altro polo, e vidi quattro stelle
non viste mai fuor ch'a la prima gente.
Goder pareva 'l ciel di lor fiammelle:
oh settentrional vedovo sito,
poi che privato se' di mirar quelle!
Questi versi sono stati oggetto di studi, ricerche e indagini. Sembra sorprendentemente palese, infatti, che le "quattro stelle" visibili solo "a l'altro polo", di cui il cielo settentrionale è "vedovo", altro non possono essere che la Croce del Sud, costellazione che splende appunto nei cieli australi e che è invisibile nel nostro emisfero. Dalle indagini è emerso, però, che Dante non poteva conoscerla. In un interessante articolo di Francesco Lamendola, intitolato appunto "Come faceva Dante a conoscere la costellazione della Croce del Sud?" e apparso sul sito del Centro Studi LaRuna, si ripercorre la storia degli studi su questo caso e si pone subito l'attenzione su un fatto: per quanto riguarda la cartografia, sarebbero passati quasi tre secoli prima che la Croce apparisse nelle rappresentazioni.
Vi invito a leggere il sopra linkato articolo, in quanto esaustivo, conciso e interessante: citando numerosi altri autori che hanno affrontato l'argomento, Lamendola offre una panoramica avvincente su quello che sembra un vero e proprio X-File letterario.
Altro articolo interessante a riguardo è apparso sul portale Dal Tramonto all'Alba, e affronta il problema integrandolo con ulteriori e più ampie riflessioni sulle conoscenze astronomiche di Dante.
Mistero sì, mistero no? Dante poteva essere venuto a conoscenza della Croce attraverso racconti o studi di cui non ci è giunta testimonianza, o ha inventato le quattro stelle di cui parla, avvicinandosi involontariamente alla realtà astronomica del cielo australe? Che si tratti di una coincidenza, vista la precisione della sua descrizione, sembra difficile: la Croce non è certo luminosa come la descrive, ma sembra impossibile non vedere proprio lei nell'accorato lamento rivolto al nostro cielo, che purtroppo "privato se' di mirar quelle".
Seth Grahame-Smith ha scritto "Pride and Prejudice and Zombies": "Orgoglio e pregiudizio e zombie".
Leggendo i commenti al post, però, ho avuto una sorpresa: erano tutti negativi! "La Austen è intoccabile", "i grandi classici non hanno bisogno di questo tipo di pubblicità" ma anzi "ne vengono svalutati".
Io la penso in modo esattamente opposto. Per prima cosa, nulla è intoccabile: cito sempre Zaid, intellettuale e scrittore messicano, che ha detto ne "I troppi libri": "la cultura è conversazione". (Devo decidermi a recensire quel libro, ce l'ho sul comodino da mesi!)
Le opere innalzate a dogmi indiscutibili non servono a nulla, tanto vale evitare di buttare il tempo nella lettura, se essa deve servire a fabbricare idoli!
I testi vanno assimilati, digeriti, interpretati, contestati, discussi, sviscerati, superati, ci si può giocare e si possono prendere in giro, se lo si fa con la sufficiente maestria e bravura. Vale in particolare per i classici: rimetterli continuamente in gioco, anche con operazioni spericolate come quella di Grahame-Smith, è un modo per tenerli vivi e inserirli in un dialogo che mischia tempi, generi e culture in mix inaspettati, a volte ne escono cose belle, a volte si fallisce. Ma tentar non nuoce. Senza contare che i "rimaneggiamenti" dei classici sono sempre degli omaggi, nel bene e nel male, a ciò che essi rappresentano.
Insomma, ben vengano apocrifi e variazioni sui classici, ovviamente se fatti bene. I titoli della Austen ne contano a decine, anche se in effetti un horror non c'era ancora!
E voi che ne dite? Siete del club "teniamoli dietro una teca" o come me non aspettate altro che "Vampire Emma"? ^^

