La Società Pannunzio per la libertà di informazione sta facendo circolare una bozza di "Statuto per i diritti dei lettori" che verrà presentata in un convegno a Roma il 10 novembre. Si tratta di una "dichiarazione di intenti" articolata in cinque punti, che potete leggere QUI.
Il manifesto è breve ma esaustivo. Il discorso della Società Pannunzio riguarda una dimensione sociale e politica della lettura, per "lettore" si considera più che altro il cittadino fruitore di informazioni.
Alcuni punti dello statuto però possono essere applicati anche al lettore di romanzi... e soprattutto al lettore di recensioni di romanzi.
Russo era un giornalista free lance, per scelta non era iscritto all'Ordine e ha lavorato per Radio Radicale coprendo alcuni dei peggiori conflitti degli anni '90, dal Ruanda, all'Algeria, alla Bosnia.
Sono molto affezionata al ricordo di quest'uomo e del suo lavoro, quando lo ascoltavo andavo ancora a liceo e ricordo bene quando, durante la pulizia etnica compiuta dei serbi in Kosovo, fu l'unico giornalista a rimanere a Pristina per documentare le stragi. Ci rimase ben nascosto, sapendo di essere braccato dai serbi che erano stati avvisati di lui. Poi sparì per due giorni e tutti, la redazione di Radio Radicale e noi ascoltatori, col fiato sospeso. Ricomparve in Macedonia, dopo aver diviso il destino dei profughi ed essere scampato come loro al peggio. Ma il peggio lo ha raggiunto di nuovo, in Cecenia, e questa volta non è andata bene. Purtroppo per lui, ma anche per noi.

[...] La possibilità di reperire i miei reportage e risentirli via Web aiuta la gente ad avere un’immagine più precisa degli eventi in corso.
Fondamentalmente noi dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere».
La pagina di Radio Radicale su Antonio Russo con alcuni suoi interventi e le corrispondenze
Antonio Russo su Wikipedia
Nato nel borgo londinese di Bromley e laureato in biologia, Wells condivide con tanti colleghi un tipico elemento biografico: un lungo periodo di degenza durante la prima gioventù (nel suo caso, provocato da una frattura alla gamba), durante il quale la lettura e la scrittura furono gli unici modi di alleviare la noia e mettere a frutto il tempo perso.
Wells è considerato il padre della fantascienza moderna insieme al collega francese Jules Verne, tuttavia il rapporto fra i due sembra fosse di reciproca antipatia (pare che il primo abbia accusato il secondo di essere uno scribacchino, e che Verne abbia a sua volta accusato Wells di scrivere cose scientificamente implausibili).
Forse Wells, nello scrivere, ha molto lavorato di fantasia, ma il valore dei suoi romanzi va al di là dell'attendibilità scientifica, affrontando invece i temi più cari all'autore: il pericolo insito nelle macchine dell'Europa post-industriale; il valore universale della pace e il male che ogni guerra porta con sé, indiscriminatamente, senza altro scopo se non annientare la civiltà; l'importanza di una forte morale nella scienza, la quale, in mancanza di un freno etico, si rivolta conto il suo stesso creatore.
In The Time Machine (1895) Wells affrontò da un lato il tema delle differenze di classe nell'Inghilterra Vittoriana, portando all'estremo le conseguenze di tali fratture sociali; dall'altro, a proposito dei viaggi nel tempo, fu il primo scrittore a porsi il problema del paradosso temporale.
In The Invisible Man, due anni dopo, trattò invece il tema del diverso e della scienza come mezzo di riscatto personale, che tuttavia, in mancanza di morale, diviene solo uno strumento di prevaricazione e morte. Già un anno prima l'argomento era stato sviscerato, seppure con finalità e presupposti diversi, in The Island of Dr. Moreau (del quale l'adattamento cinematografico più recente, diretto da John Frankenheimer, è stato anche uno degli ultimi film girati da Marlon Brando).
Il capovaloro di Wells, tuttavia, è The War of the Worlds (1897), cronaca incalzante dell'invasione da parte di un popolo marziano brutale ed evoluto, che distrugge città e decima esseri umani a bordo degli storici "tripodi". Scritto decenni prima delle due guerre mondiali, The War of the worlds delinea con impressionante fedeltà gli scenari apocalittici di devastazione che le macchine portano in un conflitto: bombardamenti, case e città rase al suolo, la guerra che - e questo era un elemento nuovo, a quel tempo - sconfina nella vita di tutti i giorni sconvolgendola per sempre. Le macchine trascinano la battaglia dal lontano fronte alla quotidianità, un monito che il secondo conflitto mondiale ha rivelato più che mai azzeccato.
Wells non scrisse solo libri di fantascienza, ma la sua produzione (continuata fino al 1943, a tre anni dalla sua morte) ha spaziato tra vari generi; inoltre, Wells fu probabilmente il primo a creare un gioco da tavolo completo di istruzioni scritte (Little Wars, 1913, simile al moderno Risiko).
Per quanto riguarda la narrativa fantascientifica, di Wells è fondamentale ricordare come l'indagine sociologica e antropologica, la riflessione sui meccanismi della società moderna e sulle loro possibili conseguenze, abbia trovato nel genere scelto un ottimo luogo per svilupparsi, trasformando questo autore nel mostro sacro che è ancora oggi e sarà per sempre.
E' stato meraviglioso vedere quante persone gli abbiano reso omaggio ieri, quante generazioni ha riunito nella sua poetica, che è riuscita a sollevarsi oltre il semplice racconto di un'epoca (cui pure fanno riferimento molti suoi testi) per abbracciare temi universali. Credo sia questo che contraddistingue gli autori destinati a lasciare una traccia nel tempo: imprimere nella loro opera un senso valido al di là del tempo stesso. DeAndré non è morto, perché le sue parole saranno ugualmente potenti, ugualmente pregne di significato fra cento anni come trent'anni fa, e lo sono oggi come ieri.

Lasciamo quindi alle sue parole il compito di parlare: invito tutti coloro che passano di qui a lasciare tra i commenti il testo di una sua canzone, o anche solo poche righe tratte da un suo brano, una sorta di "medley silenzioso" per ricordare un artista che aveva inquadrato l'intero universo :)
Inizio io con "Fiume Sand Creek", una canzone densa di significati, anche storici, tratta dall'album "L'indiano".
Si son presi il nostro cuore sotto una coperta scura
sotto una luna morta piccola dormivamo senza paura
fu un generale di vent'anni
occhi turchini e giacca uguale
fu un generale di vent'anni
figlio d'un temporale
C'è un dollaro d'argento sul fondo del Sand Creek
I nostri guerrieri troppo lontani sulla pista del bisonte
e quella musica distante diventò sempre più forte
chiusi gli occhi per tre volte
mi ritrovai ancora lì
chiesi a mio nonno è solo un sogno
mio nonno disse sì
A volte i pesci cantano sul fondo del Sand Creek
Sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso
il lampo in un orecchio nell'altro il paradiso
le lacrime più piccole
le lacrime più grosse
quando l'albero della neve
fiorì di stelle rosse
Ora i bambini dormono nel letto del Sand Creek
Quando il sole alzò la testa tra le spalle della notte
c'erano solo cani e fumo e tende capovolte
tirai una freccia in cielo
per farlo respirare
tirai una freccia al vento
per farlo sanguinare
La terza freccia cercala sul fondo del Sand Creek
Si son presi il nostro cuore sotto una coperta scura
sotto una luna morta piccola dormivamo senza paura
fu un generale di vent'anni
occhi turchini e giacca uguale
fu un generale di vent'anni
figlio d'un temporale
Ora i bambini dormono sul fondo del Sand Creek.
Su Corriere.it di oggi una presa di posizione dello scrittore e giornalista Gian Antonio Stella, (diventato celebre grazie al suo bestseller "La casta") contro certi razzismi nostrani, non più striscianti ma strombazzanti.
Non conoscono niente della grande emigrazione italiana. Niente. Non sanno che larga parte dei nostri emigrati, almeno quattro milioni di persone, è stata clandestina. Lo ricordano molte copertine della Domenica del Corriere, il capolavoro di Pietro Germi «Il cammino della speranza», decine di studi ricchi di dettagli.
Tra essi Stella omette di citare i propri, forse per modestia. Il giornalista infatti ha pubblicato più di un titolo che ripercorre, documenti alla mano, le travagliate vicende dei nostri connazionali emigranti: poveri, ignoranti, spesso turlupinati e venduti come veri e propri schiavi, temuti e disprezzati dai loro "ospiti" tedeschi e anglosassoni.
Negli USA in particolare, gli italiani erano considerati "di sangue negro" (!) e ci fu più di un episodio di brutale linciaggio per motivi etnici. Stella ne parla ne "L'orda", reportage che ha il sinistro sottotitolo: "quando gli albanesi eravamo noi". Vi cita anche titoli ed estratti dei giornali americani, nei quali si parlava della nostra predisposizione naturale allo stupro e all'uso del coltello. Qualche lampadina?

In "Odissee", invece, Stella ci racconta dei viaggi transoceanici che i nostri connazionali hanno affrontato per raggiungere il Nuovo Mondo. Convinti spesso con l'inganno a vendersi tutto per acquistare un viaggio, ammucchiati in bagnarole luride e strapiene e spesso scaricati in destinazioni diverse da quelle annunciate, addirittura venduti ad aziende che li aspettavano per ridurli in schiavitù... i poveri emigranti ne hanno subite di tutti i colori "sulle rotte del sogno e del dolore". "Odissee" è un resoconto che commuove e spesso fa soffrire.
Leggere del nostro passato può aiutarci a capire chi oggi ha gli stessi problemi passati dai nostri emigranti; a vedere con una lente diversa il nostro ruolo di paese ospitante: quello di fornitore di asilo, non solo di importatore di schiavi con i flussi a orologeria. Può farci capire che la storia gira, che oltre alla retorica imperoromanista-italiani brava gente che oggi sta tornando tanto in voga, siamo stati poveri e allo sbando. Leggere e sapere potrebbe fare di più: convincerci a non votare e a non sopportare più una classe dirigente ignorante e tracotante, i veri barbari di oggi. Ma qui siamo nella categoria dei miracoli.
Chrichton fu anche sceneggiatore (ricordiamo "Jurassik Park" di Spielberg - tratto dal suo romanzo omonimo - e "Sol Levante" di Kaufman) e regista ("Coma Profondo"), e dai suoi libri furono tratti svariati film (di cui però ben pochi degni di nota...)
Durante l'adolescenza ho amato moltissimo questo autore e ho sempre apprezzato la serietà con cui affrontava il genere, senza mai scadere in meri puttanai trash-ridicoli. Niente scienziati che si paracadutano nella giungla sorseggiando Martini mentre smitragliano sui cattivi con l'altra mano, niente dottoresse in bikini e stivaloni che maneggiano AK-47, niente esploratori appesi a un elicottero con le dita dei piedi: solo intriganti racconti d'avventura con tutta la loro dignità.
In questi giorni sto rimuginando sul New Italian Epic di Wu Ming 1. Ho letto il primo saggio, sto leggendo il 2.0, e piano piano sto macinando i vari interventi in cui mi imbatto in giro, specialmente su Carmillaonline, che mi portano ad altri interventi che mi portano a link che mi portano a siti di scrittori che rimandano a una bolgia di post e opinioni davvero interessanti. Dico "bolgia" non per disprezzare, solo per dare un'idea dell'alveare che mi si sta formando in testa. C'è un dibattito in corso, secondo me anche abbastanza importante, e la cosa bella è che è partito sul web e sul web rimane (almeno nella maggior parte dei contributi), e anche questa mi sembra una cosa bella e indicativa della rivoluzione bloggara che sta avendo corso in questi anni.
Ecco, l'unica cosa che riesco a tirare fuori per ora è: che bello!
Per quanto riguarda il saggio in sé, poi, è un intervento di critica letteraria davvero intelligente e ben scritto: consiglio di leggerlo, tanto per farsi un'idea della vitalità della nostra letteratura al di là delle solite rubriche letterarie stantìe che infestano la carta stampata.
Sappiamo tutti come la vita di Saviano sia cambiata da quando "Gomorra" è stato pubblicato. Oltre a dover vivere sotto scorta a causa delle minacce dei camorristi da lui citati nel libro, Saviano è stato costretto a confrontarsi con una bestia ancora peggiore, di nome invidia, e con i tentativi volti a screditarlo in tutti i modi possibili. Da post argomentati ma confusi, a lettere aperte astiose e masochiste, a dichiarazioni vergognose in prima serata, a frasi sibilline in chiusura di notizia, c'è un bel chiasso che non fa onore a chi lo alza.

Saviano è un giornalista coraggioso che nel suo libro ha fatto nomi e cognomi; è un giovane scrittore pubblicato da Mondadori e ai primi posti nelle classifiche, anche internazionali; e come se non bastasse è anche bravo. È un ottimo scrittore. "Gomorra" è un esempio brillante di un genere, la "fiction giornalistica", inaugurato da Truman Capote, di cui invece si parla solo bene perché è morto vent'anni fa e non può più scatenare frustrazioni. Ed è anche un'opera che fa della buona letteratura, come se ne vedono raramente, con uno stile e un registro coesi e potenti e una struttura delle vicende e dei capitoli da manuale (QUI l'opinione di Wu Ming I, teorizzatore tra l'altro del New Italian Epic).
Saviano vuole fare boxe per gareggiare e per "distrarsi" da una situazione molto pesante: la scorta, le minacce, l'amarezza verso tanti squallidi attacchi. Caro Roberto, nemo propheta in patria: da parte mia ti auguro tante vittorie. Se fai a cazzotti come scrivi le otterrai... e di certo, dall'esperienza di "Gomorra" hai imparato a prenderle. Facciamo il tifo per te!
Il giallo nasce quasi in contemporanea al romanzo “classico”. Il suo sviluppo procede parallelo e cammina nelle fogne delle città borghesi, nelle nubi di smog da combustione di carbone, tra gli slum sovrappopolati e gli ex-contadini espropriati col posto in fabbrica assicurato dai sei anni in poi. È il volto corrotto della storia...
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Il giallo ha sempre fatto discutere. È stato il genere "di consumo" per eccellenza, relegato nelle edicole in migliaia di edizioni supereconomiche; prima ancora è stato accusato di corruzione dei costumi e di sensazionalismo e a stento tollerato da dittature politiche e accademiche. Per gli amanti e gli scrittori del genere, la polemica sulla sua crudezza non è stata dolorosa quanto quella contro una supposta scarsa qualità.
Nonostante i critici, però, il giallo è sempre stato pubblicato, perché è sempre stato letto. Dalla nascita del romanzo moderno, questo genere non ha mai avuto un periodo di "magra" o di sfortuna, e anzi il romanzo novecentesco è stato da più parti accostato al giallo, nella ricerca di un io frammentato in una società sempre più complessa e disgregata.
Mettiamo da parte i dibattiti e le passate critiche, prese forse troppo sul serio. Il giallo ha sempre goduto di ottima salute editoriale e letteraria, perché è un genere che ci rappresenta nel bene e nel male, nella ricerca di un senso alla scacchiera della città, nella morbosità vischiosa dei delitti più violenti, nell'esotismo della devianza e dell'atto criminale.
Da qualche tempo mi capita di sentire parlare della casa editrice Gargoyle Books, che pubblica "romanzi horror di autori stranieri". Coincidenza ripetuta o buona strategia di marketing? Spero che si tratti della seconda, perché sono una grande sostenitrice dell'editoria di nicchia e adoro l'horror.
Mi sono imbattuta nel loro stand alla Fiera di Torino, dove hanno presento la nuova uscita "Sherlock Holmes contro Dracula" di Estleman, pubblicato per la prima volta nel 1978 e riproposto in una veste piuttosto intrigante. Pochi giorni dopo, ne leggo una sinossi tra le recensioni dell'Internazionale:
Forse non è un libro per tutti. Ma chi sa di avere uno spirito da nerd, magari anche solo latente, apprezzerà questo pastiche letterario e la sua buffa pignoleria. La parte divertente del libro, ovviamente, non è scoprire come andrà a finire, ma vedere come l'autore riesce a tenere insieme due personaggi così diversi in un intreccio "filologicamente" verosimile. E il risultato, nonostante qualche ingenuità, è a suo modo sorprendente. Anche solo per il fatto che la pedanteria del detective finisce per rendere insolitamente simpatico quel povero maligno senza pace del vampiro. Sherlock Holmes contro Dracula è stato scritto nel 1978 e da allora viene continuamente ristampato in una lingua o in un'altra. Un romanzo popolare in tutti i sensi.
Questo è un commento!

Ho ritrovato la Gargoyle Books sfogliando Dampyr, il fumetto della Bonelli di cui non perdo un numero. Nell'introduzione al volume di questo mese, tra la corrispondenza e le notizie che riguardano il mondo horror, spiccava la copertina di un'altra uscita Gargoyle Books: si tratta di "Lo zio Silas" di Sheridan Le Fanu, mostro sacro e famoso autore di "Carmilla". "Lo zio Silas" è un titolo meno conosciuto, ma senza alcun dubbio varrà la pena leggerlo. Intanto, linko la prefazione del prof. Melani, docente di Letteratura Inglese e Letterature Straniere Moderne dell'Università della Tuscia.
Sheridan Le Fanu
Mi sembra che la Gargoyle Books abbia intrapreso una strada interessante: merita un applauso per le buone idee e la scelta di pubblicazioni di qualità, titoli magari già pubblicati ma che possono essere riletti, valorizzati, riscoperti. Ho richiesto una copia del catalogo delle prossime uscite e tra le notizie vedo che hanno in cantiere un altro titolo bomba: "Dr.Jekyll contro Mr.Holmes": miiiooo...
Insomma, a fronte di tante lamentele sulla crisi di idee e di valori (anche monetari...) dell'editoria, ecco un bell'esempio di dinamismo e intelligenza.

